“Diventare testimoni della memoria per non dimenticare, per non cadere negli stessi errori” – così ha esordito Licio Di Biase, presidente del Consiglio comunale di Pescara, in occasione della presentazione alla giornata della memoria delle vittime dell’olocausto, che si celebrerà domani. Ed è proprio attraverso le voci dei superstiti dello Shoah, Ermando Parete, deportato e Vincenzo Camplone, internato, che il messaggero diventa portatore di giustizia e rispetto. Shoah, olocausto, parole cariche di sofferenze bibliche inimmaginabili, di cui diventiamo a nostra volta testimoni.
“ L’11 maggio 1942 entrai nelle fiamme gialle – ha raccontato Ermando Parete, uno dei 104 sopravvissuti italiani - da lì la mia odissea”. “Sono sfuggito ai forni crematori solo perché quel giorno gli aguzzini erano stanchi: avevano già bruciato troppi corpi”. Aveva 20 anni quando sul fronte jugoslavo venne catturato dai nazisti, dopo l'armistizio. “Facevo parte dell'11° battaglione mobile della Guardia di Finanza. Dopo l'8 settembre, un prete slavo ci dette la notizia della liberazione dell'Italia e ci suggerì di consegnare le armi. Una volta disarmati fummo alla mercé dei nazisti. Stipati come bestie su un carro bestiame ci condussero in Germania”.
Un tentativo di fuga fu sventato e Parete fu condotto prima a Udine, nelle carceri sotterranee, e di lì a Dachau. L'inferno di Dachau vissuto tra il campo di sterminio della Germania nazista, fucilazioni di massa, fame, epidemie. “Fui assegnato per i lavori forzati alle ferrovie - continua Parete – Ogni alba mi alzavo ponendomi la stessa domanda: rimarrò vivo fino a sera? Ero l’uomo 142192, marchiato come una bestia, numero oggi cancellato chirurgicamente. Io sono vivo perché ho resistito”. Ma non ce l’hanno fatta i 10.000 italiani rimasti vittime dell’olocausto. Trattati come una sotto razza, costretti alle umiliazioni morali e alle torture fisiche inflitte. A Dachau, Parete, nato il 15 febbraio 1923 ad Abbateggio, rimase internato dal settembre 1943 fino al 29 aprile 1945, quando gli americani aprirono i cancelli. Insignito di vari riconoscimenti da parte della Repubblica Italiana, Parete, anche per tenere fede alla promessa fatta ad un compagno di baracca che gli raccomandò di non disperdere le testimonianze sugli orrori dell'Olocausto entra nelle scuole per raccontare agli studenti di come lui lasciò Dachau, ma Dachau non lasciò lui.
Vincenzo Camplone, altra straziante testimonianza dai campi di sterminio. Militante in marina, da Modena a Verona, dove compì diciotto anni, Camplone rimase in una fabbrica chimica di oltre 70.000 dipendenti fino alla fine del ’44. Anche la sua un’odissea di tribolazioni tra epidemie di tifo e fame. Costretto poi a scavare con pala e piccone le fosse anticarri, utimi tentativi di una Germania quasi in ginocchio. “Nel 16 marzo del ’45, fui ferito gravemente ad un piede a seguito di un bombardamento – ha spiegato Camplone – al quale scampai miracolosamente.
Nel ’45 il rimpatrio dalla Germania, a seguito del quale abbandonai la carriera militare. Ora- ha concluso Camplone, anch’egli insignito di onorificenze - sono membro di varie associazioni”. Dalle ultime righe di una lettera ingiallita dal tempo si legge: “Cara mamma, spero di rivedermi presto per riabbracciarvi e mai più lasciarvi”. Nitido e indelebile è invece il ricordo dell’abbraccio di Vincenzo Camplone alla madre al suo ritorno a Pescara.